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Introduzione generale

Lèggere con attenzione!

■ Ispirazione e mia regola - "Per Lingua volgare intendo quella alla quale sono educati i bambini da chi li alleva, quando cominciano per la prima volta a distinguere le voci; ovvero, per dirla in breve, quella che si impara senza alcuna regola imitando la balia. Abbiamo poi una seconda lingua, che i romani chiamavano grammatica. Di queste due lingue quella volgare è la più nobile, perché è stata la prima ad essere usata dagli uomini e perché tutti si servono di essa, anche se presenta diversità di forme e di lessico e ancora perché questa è naturale, mentre quell'altra è artificiale"Dante Alighieri, De vulgari Eloquentia (1303/1305)

■ Notazione prima - Chi mai penserebbe che insuda e fardima corrispondano allo zoldano primavera ed autunno? Domanda che mi posi anche quando mi fu regalato il Vocabolario del dialetto ladino veneto della Valle diZoldo. Ma come si fa a trovare il corrispondente dialettale di una parola italiana? Trovare poi il testo del Vernacolo della Val di Zoldo e rovesciarlo in italiano-zoldano fu il gioco di una festività natalizia. Era il 2017... e la curiosità di proseguire quel gioco ebbe inizio. Così è nato questo Sommario.

Perché Sommario? - Tale intitolazione l'ho ritenuta opportuna in quanto non volevo fare un vocabolario, che deve rispondere a ben determinate regole grammaticali, ma unicamente avere uno strumento che consentisse di risalire dall'italiano alla parlata locale nelle sue diverse manifestazioni. E tutto quello che ho trovato l'ho qui "sommato". E' noto che il dialetto in uso si diversifica nelle varie aree tipiche zoldane. Ne sono esempio il diverso uso delle a, đ, o, ẑ, delle vocali o consonanti raddoppiate, delle accentazioni, che è una costante lungo l'intera Valle; quel che vale per Fornesighe, Forno, Pralongo, Dont, Goima, Iral o Zoldo Alto ha sue specifiche note, ed io le ho solo riportate come tali sommandole, comprese le diverse espressioni apparse su scritti di autori vari, oltre che sulla pagina Facebook "Tegnon vif al ladin zoldan" ove la libera partecipazione offre svariate coloriture delle parole.

"Un" metodo, non "il" metodo - Gran parte del lavoro è consistito nel cercare di "tradurre" la scrittura-grafia accademica propria del Croatto, affiancandole i termini correnti, in uso secondo i dettami propri dello scrivere ladino, convertendo opportunamente le varie ắ, ằ, č Č, đ, ḕ, ḗ, ǧ, ñ, ṑ, ṓ, k, spesso mantenendo la doppia grafia per evidenziarne la modifica, facilitare la corresponsione o per rispettare la fonte originale. Se qualcosa è rimasto è perché l’ho volutamente lasciato per necessità, come nei Nomi, Cognomi, Soprannomi e Località, per consentire il collegamento-ricerca delle parole originali nel Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo, che è e rimane fonte inesauribile di aneddoti, detti, proverbi, indovinelli, curiosità ecc ecc. So che ciò non incontrerà l'incondizionato favore dei "locali", ma se ha un senso la complessa accentatura della scrittura accademica credo che questa possa, se non trovare comune accoglienza, essere almeno tollerata per la dovizia di informazioni che quel vocabolario porta in se e non mi sembrava opportuno perderle. Lascio irrisolto il dilemma sull'uso talvolta alternativo tra il tipico đ e la ẑ che evidentemente suona in modo diverso tra Fornesighe ed il resto della vallata, così come la diatriba sull'uso della k, ora addirittura deprecato ma che appare in talune lapidi cimiteriali del passato. 

Per i termini italiani Per la generazione, poi, dei vocaboli di italiano, ho fatto uso principalmente del dizionario della lingua italiana del Devoto-Oli e di quello dei sinonimi e contrari del Gabrielli; mi son anche preso la libertà di introdurre molti vocaboli non citati nel “Croatto” così come altri dovuti all'uso corrente sempre più spinto - a mio parere anche eccessivo - di termini inglesizzanti, cosa che ho cercato di fare nel rispetto del loro significato traducendolo in vocaboli zoldani già esistenti, talvolta analoghi. Ciò ha fatto si che in questo lavoro compaiano anche le sezioni dedicate alle lettere J, W, Y. che sono assenti in altre raccolte. Per fare ciò mi sono inventato come “traduttore”, ho cioè creato nuovi termini adagiati sulla lingua di partenza, lo zoldano, per sinonimo o contrario, la dove i vocaboli italiani non mi davano l'immediato corrispondente zoldano.

Uno strumento, non un lavoro accademico - Invoco tolleranza circa l'eventuale omessa accentazione di alcune parole. Per chi scrive a mano tutte le più varie accentazioni e grafie sono nella penna, mentre sulla tastiera quelle caratteristiche zoldane non ci sono. Peraltro nell'uso corrente e nelle stesse indicazioni dell'Istituto Ladino di Borca sono quasi abolite così come avviene nella scrittura italiana corrente ove non sono presenti tutte le accentazioni proprie dei singoli vocaboli, che invece sono riportate (lì dovutamente) nei dizionari o vocabolari; peraltro devo ammettere che l'accentazione (per il foresto) meglio completerebbe la lettura più che la scrittura, anche in quella con le caratteristiche doppie aa, ee. oo, perché accompagna meglio a capire la fonia del parlare zoldano. Parlare che io non so! Lo sento, lo capisco, lo penso, (traduco) ma non lo parlo, non oso, e quindi non mi suona dentro. Conosco le differenze di parlata tra bassa ed alta Valle, tra chi dice cuor e chi cuar, sull'uso della ẑ o della đ, che han suoni ma anche grafie ben diverse, ma che se non ti suonano dentro, non è facile centrarne sempre l'accentazione, come fra é ed è, á ed à, e se poi diventano àa, èe, òo... quindi ben posso aver sbagliato, o omesso, qualche accento grave o acuto. Scusatemi, e correggetemi!

Interpuzioni - Verrà notata una diversa interpunzione tra le parole in italiano e quelle in zoldano. Non sono una stravaganza ma sono per me simbolo identificativo della fonte dalla quale le ho tratte.

■ Pratico, non esaustivo o definitivo - Discussioni potranno sorgere dalle traduzioni-trascrizioni dall'italiano allo zoldano, fatte magari ad orecchio, e da un "foresto" quale io sono, ma ben vengano tali appunti che considero opportuni contributi che potranno alimentare, se non attualizzare, la terminologia complessiva ladino-veneta della Valle di Zoldo. Questo lavoro, infatti, non vuol assolutamente essere conclusivo, ma anzi, è solo una traccia ordinata, alfabetica, un gran coacervo di parole sulle quali innestare ogni opportuno approfondimento, perché sono certo che la parlata locale aperta alle continue relazioni con altre nazioni, regioni confinanti, trasmigrazioni ed afflusso turistico, abbia ancora tante cose da aggiungervi. Soprattutto da parte delle giovani generazioni.

■ "Una parlata straordinaria..." - Circa il perché della mia attenzione al dialetto poi, già ho usato la premessa dantesca perché corrispondeva a quello che noi chiamiamo comunemente dialetto, il linguaggio naturale che si apprende(va) prima di ogni altro senza alcuna regola. E mi hanno rincuorato, oltre l'incitamento di chi mi sapeva a ciò impegnato, le parole del prof. Ulderico Bernardi, che dei dialetti (veneti) ne aveva fatto professione accademica e che li definiva: "Una parlata straordinaria, capace di resistere al tempo ed alle tradizioni.  Ognuno parla il suo... siamo tutti bi o trilingui, ma la pronuncia originaria è l'ultima che si perde. Alle future generazioni non posso che dire: imparate bene l'italiano e le altre lingue, ma tramandate il vostro dialetto. Le lingue non vanno abbandonate, ma aggiunte quanto più si può", ed è anche in questa ottica che ho lavorato nella redazione di questo "Sommario", accettando ed accogliendo qui espressioni, colte anche occasionalmente in Valle.

■ Il contenuto più che la forma - Con tali premesse, ne è derivato un lavoro che potrà apparire “disordinato”, con una impostazione non proprio rigida nella successione accademica sia di metodo che talvolta nella successione espositiva, talvolta ripetitivo, ma dovuto anche al fatto che mi proponevo una visione-lettura da/in internet, quando interrogando per singolo vocabolo, compare il vocabolo stesso da solo, non come leggendo da una pagina, con la possibilità di “spaziare” da un termine all’altro. Confesso che avevo anche la preoccupazione di farci entrare più cose possibili, un "Sommario", appunto. Curando il Cosa c’è più che il  Come c’è!. Il contenuto più che la forma. Ho messo quel che ho trovato. In me, non c’è mai stata nessuna presunzione di voler con ciò insegnare, o tanto meno correggere qualcosa o qualcuno.

■ Un lavoro futuro... - Rimane così la possibilità e la cura, di chi eventualmente usufruirà di questo lavoro, di riportare i testi nella forma “unificante corrente” e che dovrebbe costituire ora il nuovo corretto modo d’esprimersi invocato dal volumetto “SCRIE POLITO” di recente opportunaintroduzione nel patrimonio zoldano per merito del lavoro di Stefano Talamini e del Grop di Ladin da Zoldo, che ho voluto inserire, come condizione imprescindibile per proseguire, e per estratto, come Appendice 1.6. Ma l’ambiente è ulteriormente in fermento e proprio quasi alla fine (momentanea) di questo lavoro, giunge la nota n. 4 degli “Studi Ladini” dell’IBRSC – Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali rivolta alla “Normalizzazione linguistica in Agordino e Zoldano”, compendi accademico-divulgativi sul futuro del ladino in provincia di Belluno, con particolare riferimento alle  varietà ladino-venete dell’Agordino e dello Zoldano, con la sua innovativa GLAZ (Grafia del Ladino Agordino e Zoldano). Ne ho riportato in Appendice 1.7 l’esempio lì proposto, condividendo la speranza che quel lavoro possa continuare con vicendevole profitto nell’interesse generale per l’affermazione di una “lingua ladina”.

 ■ Scusate, soprattutto, l'ardire di essermi proposto questo lungo lavoro, in cui confido che tra i tanti possibili errori, imperfezioni, sviste ed inesattezze, qualcosa di utile o pratico possa rimanere. La sua elaborazione mi ha permesso di rimanere a lungo in costante contatto ideale con persone, luoghi, cose, parole e ambienti tutti della Valle di Zoldo, e questo mi è stato di continuo conforto e sprone.

■ Con coraggio ed immensa fiducia, il “Grop Di Ladin Da Zoldo” ha voluto far suo questo lavoro, ed io ben volentieri a loro ne faccio dono, ricordandoci reciprocamente e consapevolmente che:

 Le parole de l mondo
doze o triste che le siebe,
le è solche de scanpón.

Se proón a le strucà,
l é come zercà de tegnì al vent:
inutile e grief.

Donca no sta esse massa contént
incànt che i te lauda,
ne massa avelì co i te cata na menda.

 An rufianéz no l ne fa graint,
na critica no la pual (puol) ne sbassà.

Al nost valor al sta inte la vertù,
e in chel che fon par dassén.

(S. T.) da Jinananda Katakadure

                                                                                                                                  Grazie a Voi
  Giuliano Vaona
Venezia-Mestre- Natale 2025